Ripresa economica: quali le reali possibilità per le comunità

Non vi è dubbio alcuno sulla grave crisi in cui è crollata l'economia nazionale, travolta dalle conseguente della pandemia da Covid19.  Il modello economico italiano basato sulla piccola e media impresa, che brillantemente aveva saputo affrontare la recessione internazionale datata 2007-2013, non ha retto con altrettanta efficacia la crisi attuale che prende in considerazione sia i consumi che la produzione.   Il primo allarme significativo arriva dall'INPS: il saldo dei posti di lavoro a ottobre 2020 (e dunque il confronto tra gli occupati ad ottobre 2019 ed ottobre 2020 ) è ampiamente negativo: siamo a meno 662 mila occupati.  Senza entrare in dinamiche macro-economiche possiamo affermare che la tenuta dei contratti a tempo indeterminato, legata alla cassa integrazione ed al blocco dei licenziamenti, ha evitato con tutta probabilità un dato ancor più grave e significativo. 
Sempre secondo i dati INPS  l'Ente avrebbe autorizzato ben 4,3 miliardi di ore di cassa integrazione, una cifra fantasmagorica che rende ancor più evidente i contorni di una situazione di allerta massima generalizzata su tutti i settori.   I dati di CNA sono altrettanto negativi: nel 2021 rischia la chiusura un'impresa su quattro. Siamo dunque al 25%.  La ciliegina sulla torta è data dalla crisi di Governo con l'iniziativa di Italia Viva che può essere annoverata senza ombra di dubbio tra le più inopportune nella storia della Repubblica.

La domanda è : come si esce fuori da una crisi che riguarda consumi e produzione ?  La risposta appare univoca: occorre effettuare investimenti ad alta produttività, in grado di rilanciare l'intero sistema e nel contempo mettere in atto adeguate misure di tutela rispetto alle fasce economiche disagiate.  E proprio sul disagio c'è una grande novità: le partite iva, i piccoli professionisti (quelli sotto la soglia dei 65.000 euro di fatturato) , le microimprese ed i lavori non contrattualizzati sono le vittime illustri e silenziose di questo tzunami chiamato pandemia. Vaghe ed insufficienti le misure di tutela che non possono limitarsi a ristori occasionali ma dovrebbe agevolare la produttività (e quando non possibile prevedere supporto concreto rispetto agli oneri familiari e di sopravvivenza quotidiana).

Per ciò che concerne la produttività e dunque la creazione di valore, sicuramente va agevolata l'attività delle piccole e medie imprese. Se durante le crisi si fosse previsto il blocco di mutui e finanziamenti, nonchè degli oneri legati alle utenze, milioni di imprese avrebbero potuto con più facilità concentrarsi sulla creazione di valore piuttosto che inseguire pagamenti impossibili. Dunque il rilancio non può che passare attraverso un aspetto che quasi nessuno ha preso in considerazione: un brusco stop allo strapotere bancario con un controllo serrato su operazioni finanziarie compiute dalle banche a tutela esclusivamente individuale. Quanti i fidi coperti con le famose garanzie statali ? Quante le richieste di rientro ? Quante le condizioni di stralcio e saldo imposte da contraenti più forti che mettono in grande difficoltà le piccole realtà ? Le banche durante la crisi non hanno assunto quell'indispensabile ruolo di avamposto rispetto alle difficoltà del sistema, ma in maniera assolutamente speculativa hanno salvaguardato il proprio tornaconto.  Questo sistema bancario così come è conformato al sistema non serve. Non è utile e non offre alle imprese quel polmone finanziario necessario per reagire alle difficoltà. Occorre in tempi rapidissimi un intervento governativo atto non soltanto al controllo delle banche e finanziarie ma soprattutto un indirizzo politico rispetto al sostegno al sistema in difficoltà.   L' auspicato intervento sul settore bancario deve procedere parallelamente a piani nazionali per industria, commercio, artigianato, turismo e servizi.  Un'economia che si basa sui servizi e che non vede programmazione sulla produzione è un controsenso storico. 

Tocca alla classe politica garantire adeguato equilibrio tra l'esercizio dell'attività d'impresa in condizioni di piena concorrenzialità e la tutela dei lavoratori. L' ennesima contrapposizione tra impresa e lavoro è una follia oggi più che mai e sinonimo di assoluta incapacità del sistema politico tutto (non solo della maggioranza) di concepire la crescita delle comunità secondo canoni concreti. 

Un ulteriore aspetto prioritario è quello degli interventi sulle infrastrutture fisiche ed informatiche. Internet è una prerogativa che dovrebbe essere garantita allo Stato a tutte le famiglie e le imprese, al pari dell'utenza elettrica e dell'acqua.  Entro certi termini nel 2021 appare necessario che sia lo Stato a fornire questi elementi indispensabili per produttività e cultura quotidiana.  Per ciò che concerne le infrastrutture fisiche,  il Sud continua ad essere fanalino di coda in termini di investimenti concreti.  Le zone interne mancano nel 2021 di collegamenti capaci di garantire la piena sicurezza. In Calabria, in Puglia, in Sicilia si muore nei trasferimenti su strade ferme agli anni Sessanta. E' impensabile creare condizioni di competitività partendo da queste premesse.

Tutti questi interventi non sono urgenti: hanno il carattere dell'immediata impellenza. La "melina politica" volta a conquistare posizioni sui fondi legati al Recovery Fund danneggia il sistema Paese.  La ricerca di uomini deputati da soli a salvare il Paese è l'ennesima operazione di marketing politico, già vissuta con Monti, che non fa altro che delegittimare una classe politica ed imprenditoriale che oggi e non domani è chiamata ad una svolta storica. Ovviamente il tutto va inquadrato in una logica di vaccinazione di massa che deve ripristinare la condizione di fiducia nel sistema da parte delle famiglie e dunque i consumi.  Oggi non domani, va rifatta l'Italia